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Le fatiche di Leporello
Scelgo il “Notte e giorno faticar” di Leporello,
al “Non son più, cosa son, cosa faccio” di Cherubino,
mi rivolgo alla sua scherzosa e
triste Natura che sposa la farsa,
prima ancor che la tragedia,
e capisco che la maschera del servo
è il ritratto, l’anticamera del tempo moderno,
che può istillare nell’animo d’ognuno
quel senso di noia e di avvilimento
che etichetta la storia nostra e la
guaudente farsa come:
“Spettacolo senza testo,
come epitaffio!”.
Mozart, se guardiamo al tempo passato,
ha un guizzo di genio e unisce servo e padrone,
nell’aria sottile che s’appella: “O Statua Gentilissima,
benchè di marmo siate!
Si che tosto il servo
tiene a cuore il suo la sorte del padrone,
e gli canta a braccetto per salvarlo:
“Per carità partiamo, andiamo via di qua!”.
E Guardo sfilar attraverso la lente dell’opera,
riflessi i miei tempi, i miei giorni,
cantando nell’intero mondo tutte le ore del servo moderno,
che non vuol più cantar le gesta del padron eterno
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